Me ne restavo, tutta sola, raggomitolata, in un angolino di quel cesto troppo grande per me.
Era buio tutto intorno e l'unico rumore era il tin tin che la pioggia procurava su di un tubo di ferro all'esterno.
Avevo fame, voglia di latte, voglia del calore della mia mamma.
Quando alla pioggia si unì il cupo rombo dei tuoni cominciai a tremare e a piangere. Piansi finché, sfinita e senza lacrime, mi addormentai.
Era buio tutto intorno e l'unico rumore era il tin tin che la pioggia procurava su di un tubo di ferro all'esterno.
Avevo fame, voglia di latte, voglia del calore della mia mamma.
Quando alla pioggia si unì il cupo rombo dei tuoni cominciai a tremare e a piangere. Piansi finché, sfinita e senza lacrime, mi addormentai.
Due manacce pelose mi svegliarono e quando mi afferrarono per la collottola cominciai a dibattermi. La stretta aumentò, allora il cuore si fermò ed io chiusi gli occhi.
Mi ritrovai su di un marciapiede, accecata dalla vivida luce del sole. Mi appiattii contro il muro di un edificio e cominciai a guardare intorno.
Scarpe rosse, marroni, bianche, nere, grandi, piccole, enormi, vecchie, nuove, rotte, lucide, impolverate, infangate mi passavano accanto.
Qualcuna si fermò e sentii sul mio pelo arruffato una timida carezza.
Due ciabatte scalcagnate che mettevano a nudo ditoni dalle unghie nere poggiarono vicino a me un cartoccio marrone, mi fecero una carezza, dissero qualcosa che non capii e tirarono avanti.
Ero senza forze, avevo fame, avevo freddo anche se il sole bruciava la mia pelliccia. Allungai il muso verso il cartoccio ... che profumino! ... cominciai a leccare il contenuto ... buono! ... e così tuffai il mio capo in quello intruglio colorato.
Fu così che cominciò la mia vita di gatta randagia.
Bevevo l'acqua delle pozzanghere, mettevo il naso in qualunque involucro, cercavo posti per la notte sui rami alti degli alberi per evitare i cani, fuggivo davanti a gatti troppo grossi, a scope e ramazze.
Imparai anche a difendere il mio tozzo di pane e i miei piccoli spazi. E a ringraziare con rumorose fusa le scarpe che si mostravano carine con me.
Non me la passavo male.
Cambiavo spesso posto,
La cosa più difficile era passare da un marciapiede all'altro, evitare quegli oscuri ostacoli che improvvisi si paravano davanti e altrettanto improvvisi sparivano, disorientandomi completamente. Poi mi feci furba e cominciai ad attraversare accodandomi alle scarpe.
Mi ritrovai su di un marciapiede, accecata dalla vivida luce del sole. Mi appiattii contro il muro di un edificio e cominciai a guardare intorno.
Scarpe rosse, marroni, bianche, nere, grandi, piccole, enormi, vecchie, nuove, rotte, lucide, impolverate, infangate mi passavano accanto.
Qualcuna si fermò e sentii sul mio pelo arruffato una timida carezza.
Due ciabatte scalcagnate che mettevano a nudo ditoni dalle unghie nere poggiarono vicino a me un cartoccio marrone, mi fecero una carezza, dissero qualcosa che non capii e tirarono avanti.
Ero senza forze, avevo fame, avevo freddo anche se il sole bruciava la mia pelliccia. Allungai il muso verso il cartoccio ... che profumino! ... cominciai a leccare il contenuto ... buono! ... e così tuffai il mio capo in quello intruglio colorato.
Fu così che cominciò la mia vita di gatta randagia.
Bevevo l'acqua delle pozzanghere, mettevo il naso in qualunque involucro, cercavo posti per la notte sui rami alti degli alberi per evitare i cani, fuggivo davanti a gatti troppo grossi, a scope e ramazze.
Imparai anche a difendere il mio tozzo di pane e i miei piccoli spazi. E a ringraziare con rumorose fusa le scarpe che si mostravano carine con me.
Non me la passavo male.
Cambiavo spesso posto,
La cosa più difficile era passare da un marciapiede all'altro, evitare quegli oscuri ostacoli che improvvisi si paravano davanti e altrettanto improvvisi sparivano, disorientandomi completamente. Poi mi feci furba e cominciai ad attraversare accodandomi alle scarpe.
Eravamo ormai alla fine dell'inverno. L'aria non era più tanto fredda e le notti non più tanto lunghe. Parecchie scarpe amiche mi davano cibo, acqua e coccole e avevo conquistato un posticino niente male in un giardinetto.
Durante il giorno o dormivo cercando di far mio ogni raggio di sole o gironzolavo curiosa senza allontanarmi troppo da quella che ormai ritenevo la mia casa.
E fu proprio durante uno di questi giri che, attraversando una strada, andai a sbattere contro qualcosa di duro che mi scaraventò lontano e persi i sensi.
Durante il giorno o dormivo cercando di far mio ogni raggio di sole o gironzolavo curiosa senza allontanarmi troppo da quella che ormai ritenevo la mia casa.
E fu proprio durante uno di questi giri che, attraversando una strada, andai a sbattere contro qualcosa di duro che mi scaraventò lontano e persi i sensi.
Quando mi ripresi mi trovai chiusa in una gabbia.
Avevo un gran male per tutto il corpo, non riuscivo a muovere le zampe posteriori. Me ne restai ferma, distesa, con gli occhi chiusi. Che altro potevo fare? Qualcuno mi portò dell'acqua e mi accarezzò dolcemente. Aprii gli occhi e, timorosa, mi guardai intorno e vidi tante gabbie, alcune vuote, altre occupate da strani esseri. Mi raggomitolai alla men peggio e mi lasciai andare cercando nel sonno di allontanare ogni dolore.
Il giorno seguente la mia gabbia fu portata su di un tavolo e due mani delicatamente mi tirarono fuori, allora mi accorsi che avevo un ferro che mi attraversava tutta la zampa posteriore sinistra. Fui girata e palpata da tutte le parti, poi rimessa in gabbia, riportata tra le altre gabbie.
Con il passar dei giorni il dolore diminuì, cominciai a mangiare regolarmente anche se non avevo molta voglia, ma facevo sempre una gran fatica a muovermi in quella mezz'oretta in cui venivo lasciata libera su un enorme tavolaccio.
In verità non avevo molta voglia di vivere e né di ascoltare le ciarle degli altri esseri in gabbia come me, per cui me ne stavo quasi sempre immobile con gli occhi chiusi.
Avevo un gran male per tutto il corpo, non riuscivo a muovere le zampe posteriori. Me ne restai ferma, distesa, con gli occhi chiusi. Che altro potevo fare? Qualcuno mi portò dell'acqua e mi accarezzò dolcemente. Aprii gli occhi e, timorosa, mi guardai intorno e vidi tante gabbie, alcune vuote, altre occupate da strani esseri. Mi raggomitolai alla men peggio e mi lasciai andare cercando nel sonno di allontanare ogni dolore.
Il giorno seguente la mia gabbia fu portata su di un tavolo e due mani delicatamente mi tirarono fuori, allora mi accorsi che avevo un ferro che mi attraversava tutta la zampa posteriore sinistra. Fui girata e palpata da tutte le parti, poi rimessa in gabbia, riportata tra le altre gabbie.
Con il passar dei giorni il dolore diminuì, cominciai a mangiare regolarmente anche se non avevo molta voglia, ma facevo sempre una gran fatica a muovermi in quella mezz'oretta in cui venivo lasciata libera su un enorme tavolaccio.
In verità non avevo molta voglia di vivere e né di ascoltare le ciarle degli altri esseri in gabbia come me, per cui me ne stavo quasi sempre immobile con gli occhi chiusi.
Una sera che, più triste del solito, elucubravo sulla mia condizione di gatta prigioniera e storpia, sentii un bisbiglio alle mie spalle. Volsi la testa e fui fulminata da due occhi azzurri che mi osservavano teneramente. Amore a prima vista!
Così avevo creduto,
Invece Occhi Azzurri andò via ed io caddi in una profonda prostrazione che mi portò anche a rifiutare il cibo.
Dopo due giorni Occhi Azzurri era ancora lì a guardarmi ed il mio cuore si riscaldò. Quando andò via fui travolta da sentimenti contrastanti, non sapevo se gioire o piangere.
I giorni passavano, Occhi Azzurri compariva e spariva ed io altalenavo tra felicità e tristezza.
Intanto i miei passi sul tavolone miglioravano anche se quel ferro nella zampa mi seguiva ovunque.
Poi una sera qualcuno mi tirò fuori dalla gabbietta, mi avvolse in un fresco panno e mi pose tra le braccia di Occhi Azzurri.
Ci guardammo a lungo, emozionatissime, avvicinammo i nostri capi, io strofinai il mio naso umido su i suoi capelli e lei mi baciò sugli occhi dicendomi "Ciao, Talida!".
Mi portò a casa sua che ora è la nostra casa e siamo inseparabili.
Qualche volta Occhi Azzurri sparisce, come in questi giorni. Io l'aspetto, so che tornerà: il nostro è un grande amore.
Un grande amore a prima vista!
Talida, dopo una lunga malattia, ha raggiunto l'azzurro Giardino dei gatti, il 17 luglio 2012
Così avevo creduto,
Invece Occhi Azzurri andò via ed io caddi in una profonda prostrazione che mi portò anche a rifiutare il cibo.
Dopo due giorni Occhi Azzurri era ancora lì a guardarmi ed il mio cuore si riscaldò. Quando andò via fui travolta da sentimenti contrastanti, non sapevo se gioire o piangere.
I giorni passavano, Occhi Azzurri compariva e spariva ed io altalenavo tra felicità e tristezza.
Intanto i miei passi sul tavolone miglioravano anche se quel ferro nella zampa mi seguiva ovunque.
Poi una sera qualcuno mi tirò fuori dalla gabbietta, mi avvolse in un fresco panno e mi pose tra le braccia di Occhi Azzurri.
Ci guardammo a lungo, emozionatissime, avvicinammo i nostri capi, io strofinai il mio naso umido su i suoi capelli e lei mi baciò sugli occhi dicendomi "Ciao, Talida!".
Mi portò a casa sua che ora è la nostra casa e siamo inseparabili.
Qualche volta Occhi Azzurri sparisce, come in questi giorni. Io l'aspetto, so che tornerà: il nostro è un grande amore.
Un grande amore a prima vista!
Talida, dopo una lunga malattia, ha raggiunto l'azzurro Giardino dei gatti, il 17 luglio 2012

Nessun commento:
Posta un commento