diario di due ragazzini

Anna
Il campetto era ancora impregnato di acqua: aveva piovuto ininterrottamente negli ultimi giorni, ma ero stanca di vedere il mondo da dietro i vetri della finestrella della mia camera. Ho scalpitato tanto fino a che, esasperata, la mamma mi ha dato il permesso di uscire a giocare.
Un paio di telefonate, qualche scampanellata qua e là e nomi gridati a squarciagola sotto le finestre e ci siamo ritrovati tutti con le nostre tute consunte e scarpe scalcagnate  a correre dietro ad un pallone lercio.
Al nostro gruppo presto si sono uniti altri bambini della zona e come canto di ringraziamento a Messere lo Sole la nostra allegria, le nostre grida, le nostre risate hanno invaso il campetto.
Correvo dietro il pallone quando i nostri sguardi si sono incrociati.
Mi sono fermata di botto. Perché hai abbassato la testa? Sei rimasto  seduto al margine del campetto ed io ti sono venuta incontro.
- Ciao! Perché non vieni a giocare con noi?
Silenzio.
- Non capisci la mia lingua? – cosa possibile, dato che negli ultimi anni il mio quartiere è stato preso letteralmente d’assalto da extracomunitari provenienti da ogni parte.
Uffa! Infastidita dal suo silenzio mi sono rituffata nella mischia alla ricerca di quel pallone che mi hanno facilmente sottratto mentre cercavo di parlare col “muto”.
Paolo
Quando ho visto il campetto di fronte al mio palazzo invaso da bambini di ogni età, ho chiesto alla mamma di portare anche me. Ho rifiutato la sedia a rotelle, la sedia a rotelle è nata con me, così  la mamma pazientemente mi ha preso tra le sue braccia e mi ha portato al campetto lasciandomi seduto al bordo, sulla terra umida.
Mi divertivo a seguire la palla: ero io a farla rotolare, a toglierlo ad uno per darla ad un altro, a farla rimbalzare sul bordo dei pali che delimitano la porta, a farla andare in rete per poi  saltare e far  capriole.
Poi è arrivata lei con le sue treccine striminzite e una voce mascolina a rompere ogni incanto.
Ti odio!
Anna
Oggi l’ho rivisto. Ora so dove abita. Seduto sul  davanzale di una finestra a un piano terra sfogliava un giornaletto.
Il  “muto” non mi ha vista, meglio così, non avrei saputo se salutarlo o no, rivolgergli ancora la parola o no. Mi è ritornato alla mente il suo sguardo ironico e triste nello stesso tempo.
Chiederò di lui alla mamma. La mamma conosce tutti del quartiere.
Paolo
“trecce striminzite e voce mascolina” è passata proprio sotto alla mia finestra. Ho avuto paura che mi vedesse e mi rivolgesse nuovamente la parola. Non mi ha visto!
Anna
Si chiama Paolo. E’ da meno di un mese che abita nel mio quartiere. Si sa ancora poco della sua famiglia, il padre lavora all’ospedale e la mamma fa la casalinga. Lo si vede poco in giro, su di una sedia a rotelle,  passa molte ore alla finestra a leggere.
Anche a me piace leggere, se diventassimo amici potremmo scambiarci i libri.
Paolo
Sono già tre giorni che me ne sto rintanato in casa, non guardo il campetto, non mi affaccio alla finestra, leggo leggo leggo e gli occhi mi bruciano.
Anna
Il  campetto è diventato la nostra seconda casa. Giochiamo tutto il giorno, quasi ad allontanare il momento in cui si dovrà ritornare a scuola.
Il “muto” non si è fatto più vedere e un po’ mi dispiace. Non lo vedo neanche più alla finestra a sfogliare i suoi libracci. Ma che farà tutto il giorno?
Paolo
Ieri mattina il campanello di casa ha squillato insistentemente. La mamma era uscita per la spesa e così sono andato io ad aprire.
Toh! Chi si vede? “trecce striminzite e voce mascolina”!!!
Mi sorride (devo dire che quando sorride è proprio carina!) e fa – Abbiamo bisogno di un arbitro – e mi mette tra le mani un cappellino rosso ed un fischietto.
Ed è così che mi sono trovato, sulla mia sedia a rotelle, a bordo del campetto, ad arbitrare due squadre di scalmanati … tutti miei amici.

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